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995 wordsLa solitudine, un tempo considerata esperienza marginale, è diventata in pochi decenni uno dei temi centrali del dibattito sociale contemporaneo. Se un osservatore degli anni Cinquanta avesse potuto visitare un condominio milanese del Duemilaventicinque, sarebbe probabilmente rimasto sconcertato nel constatare quanto raramente gli inquilini si salutino nelle scale, quanto lunghi siano i silenzi di certi appartamenti e quanto spesso la compagnia dominante sia costituita da uno schermo. Non si tratta, tuttavia, di un fenomeno banalmente italiano, bensì di una trasformazione profonda che investe molte società del mondo sviluppato.
I dati italiani, pur con le dovute cautele, offrono un quadro significativo. Secondo indagini Istat e ricerche sociologiche condotte dall'Università Cattolica e dalla Bocconi, circa una persona anziana su tre dichiara di sentirsi sola la maggior parte del tempo, e il fenomeno risulta più pronunciato nelle grandi città del nord, dove i legami parentali si sono progressivamente allentati. Ma sarebbe un errore considerare la solitudine un problema esclusivamente geriatrico: anche tra i giovani adulti, fra i venti e i trent'anni, la percentuale di chi dichiara di non avere nessuno con cui condividere pensieri importanti è in aumento costante.
La sociologa Chiara Saraceno ha osservato che la solitudine contemporanea sia spesso invisibile proprio perché viviamo immersi in una rete di contatti apparenti. Un giovane che passi la serata scrollando centinaia di profili sui social può sentirsi, al termine di quella stessa serata, più solo di quanto sarebbe stato leggendo un libro in silenzio. Se egli avesse trascorso la medesima giornata facendo una passeggiata con un amico reale, l'esperienza emotiva sarebbe stata probabilmente molto diversa. La quantità dei contatti, insomma, non compensa la qualità delle relazioni.
Le cause di questa trasformazione sono molteplici e intrecciate. Il prolungamento della vita, pur essendo una conquista straordinaria della medicina, ha portato con sé un aumento degli anni vissuti da soli, soprattutto dalle donne che statisticamente sopravvivono ai mariti. La mobilità lavorativa ha allontanato i figli dai genitori e i nipoti dai nonni, disgregando la famiglia estesa che aveva caratterizzato per secoli la società italiana. La digitalizzazione, pur avendo reso più facile la comunicazione a distanza, ha paradossalmente ridotto la frequenza degli incontri fisici. Se queste tre tendenze si fossero presentate isolatamente, ciascuna di esse sarebbe probabilmente stata gestibile; combinate, hanno prodotto una crisi della presenza condivisa.
Le conseguenze sulla salute sono documentate con sempre maggiore chiarezza. Ricerche internazionali, riprese da studiosi italiani come Paolo Legrenzi, hanno mostrato che la solitudine cronica sia associata a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, declino cognitivo e depressione, con effetti paragonabili, secondo alcuni studi, a quelli del fumo. Il corpo umano, insomma, non è stato progettato per l'isolamento prolungato; abbiamo bisogno di contatto come abbiamo bisogno di cibo e di sonno, e quando questo viene a mancare, l'organismo reagisce con segnali di sofferenza che spesso non sappiamo interpretare correttamente.
Alcune realtà italiane stanno tentando risposte interessanti. Il modello del condominio solidale, sviluppato a Bologna e in alcune città dell'Emilia-Romagna, prevede che gli inquilini condividano spazi comuni, cucine aperte, servizi di vicinato. Se questo modello si fosse diffuso su scala nazionale, forse avremmo oggi una struttura sociale meno atomizzata. I progetti di coabitazione intergenerazionale, che uniscono studenti universitari ad anziani soli, si stanno moltiplicando, con risultati spesso incoraggianti: entrambe le parti traggono beneficio, economico per gli uni, relazionale per gli altri.
La parrocchia, le associazioni di volontariato, i circoli ricreativi rappresentano ancora, in molte zone del paese, presidi importanti contro la solitudine. Sarebbe ingenuo, tuttavia, pensare che queste istituzioni tradizionali possano da sole compensare una trasformazione di tale portata. Il filosofo Umberto Galimberti ha sottolineato che la solitudine moderna richieda risposte nuove, capaci di intercettare soggetti che non frequentano più i luoghi classici di socializzazione. Occorre immaginare spazi pubblici ospitali, politiche urbanistiche che favoriscano l'incontro, forme di lavoro che non cancellino completamente la dimensione relazionale.
A livello individuale, alcuni studiosi suggeriscono di distinguere tra solitudine imposta e solitudine scelta. La prima, subita contro la propria volontà, è fonte di sofferenza. La seconda, coltivata consapevolmente, può diventare un'occasione di crescita, di lettura, di meditazione, come insegnava del resto una lunga tradizione monastica e filosofica italiana. Chi, avendo la possibilità di scegliere, decidesse di trascorrere alcune ore al giorno in silenzio, probabilmente scoprirebbe risorse interiori di cui ignorava l'esistenza.
Riconoscere la solitudine come questione pubblica, e non solo privata, è forse il primo passo necessario. Finché essa rimarrà un tema di cui ciascuno si vergogna individualmente, difficilmente emergeranno politiche adeguate. Parlarne, studiarla, ascoltare le storie di chi la vive: sono gesti modesti ma fondamentali per ricostruire un tessuto sociale che, come insegna la tradizione italiana della convivialità, è l'elemento in cui gli esseri umani danno il meglio di sé.