Italian Text
1015 wordsRaramente una lingua ha coinciso, fin dalla sua origine, così strettamente con il tentativo di costruire un'identità nazionale come è accaduto per l'italiano. Quando, nel Trecento, Dante Alighieri scrisse il De vulgari eloquentia, egli non stava semplicemente compilando un trattato tecnico: stava indicando la possibilità che una comunità di parlanti, pur divisa politicamente in decine di stati, potesse riconoscersi in una lingua letteraria condivisa. Se Dante non avesse scelto il volgare per la Commedia, probabilmente non esisterebbe oggi l'italiano come lo conosciamo, e la storia della penisola avrebbe assunto traiettorie diverse.
Per secoli, tuttavia, la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio è stata una lingua essenzialmente scritta, frequentata da una minoranza colta. La stragrande maggioranza degli abitanti della penisola parlava dialetti, ossia lingue locali con una propria grammatica, un proprio lessico e una propria letteratura. Quando, nel 1861, l'Italia si unificò politicamente, soltanto una piccola percentuale dei nuovi cittadini, secondo le stime del linguista Tullio De Mauro, possedeva competenze attive nell'italiano standard. Se i Padri della patria avessero creduto che l'italiano fosse già la lingua quotidiana del popolo, sarebbero incorsi in una grave illusione.
La diffusione dell'italiano come lingua d'uso è stata un processo lento, culminato nel Novecento attraverso tre grandi vettori: la scuola, il servizio militare e, soprattutto, la televisione. Dagli anni Cinquanta e Sessanta, trasmissioni come Non è mai troppo tardi del maestro Alberto Manzi insegnarono a leggere e scrivere a milioni di adulti, contribuendo in modo decisivo a creare una comunità linguistica. Se quelle trasmissioni non fossero andate in onda, l'italiano comune sarebbe probabilmente rimasto più debole, almeno per un'altra generazione. La televisione, spesso criticata per i suoi effetti culturali, ha svolto in questo ambito un ruolo straordinario.
Eppure, i dialetti non sono scomparsi. Rappresentano ancora, per molti italiani, una seconda lingua, o addirittura una prima lingua, associata all'intimità familiare, all'infanzia, alla comunità locale. Il veneto, il napoletano, il siciliano, il bolognese, il romanesco e decine di altre varietà mantengono una vitalità che sorprende i linguisti stranieri. Esiste anche una ricca letteratura dialettale, da Porta a Belli, da Di Giacomo a Pasolini, che ha conferito a queste lingue una dignità letteraria riconosciuta. Se avessimo abbandonato completamente i dialetti in nome di un italiano puro, avremmo impoverito drasticamente il patrimonio culturale del paese.
La questione della lingua ha assunto nel tempo anche risvolti politici. Durante il fascismo, la politica linguistica fu esplicita: si cercò di imporre l'italiano contro i dialetti e le lingue minoritarie, e si arrivò persino a italianizzare parole straniere con goffi neologismi. Questa fase, fortunatamente superata, ha lasciato tuttavia una traccia nel dibattito contemporaneo sul rapporto tra lingua e identità. Oggi, minoranze linguistiche come il tedesco in Sudtirolo, il francese in Valle d'Aosta, lo sloveno in Friuli-Venezia Giulia, il ladino, il sardo e il friulano godono di protezione costituzionale, benché l'attuazione concreta di questa tutela resti spesso insufficiente.
Nel ventunesimo secolo, l'italiano si confronta con nuove sfide. L'inglese è diventato la lingua franca del lavoro globale, della scienza, della tecnologia, e in alcuni ambiti accademici italiani si assiste a un fenomeno discusso: l'abbandono dell'italiano come lingua di insegnamento. Il linguista Tullio De Mauro, prima della sua scomparsa, aveva messo in guardia contro la sottovalutazione di questa tendenza. Se l'italiano fosse espulso dagli ambiti specialistici, sosteneva, perderebbe progressivamente la capacità di nominare la contemporaneità, e si ridurrebbe a lingua della cucina, del turismo e dei sentimenti. Il confronto con l'inglese non deve essere negato, ma gestito con intelligenza.
Un altro fenomeno che sta trasformando l'italiano è l'arrivo di milioni di nuovi parlanti. I figli di famiglie immigrate, che frequentano le scuole italiane, stanno contribuendo a modificare la lingua stessa, introducendo sfumature, sintassi e parole che diventeranno presto parte del patrimonio collettivo. Se consideriamo che ogni lingua viva è un organismo in continua evoluzione, non c'è da temere questo arricchimento. Il linguista Vittorio Coletti ha osservato che l'italiano di domani sarà probabilmente più plurale, più stratificato, più aperto di quello di ieri, e questa apertura potrà essere percepita come un guadagno piuttosto che come una perdita.
La lingua, in ogni caso, non è soltanto uno strumento di comunicazione: è anche una forma di pensiero. Pensare in italiano significa disporre di una sensibilità per la sfumatura, di una ricchezza di congiuntivi che altre lingue non conoscono, di una cadenza che organizza il ritmo del ragionamento. Se smettessimo di coltivare questa lingua, non perderemmo soltanto parole: perderemmo modi di sentire e di vedere il mondo che si sono stratificati in secoli di letteratura, musica e vita quotidiana.
Per le generazioni future, mantenere viva la lingua italiana significherà probabilmente coltivare una doppia fedeltà: verso la tradizione che ci è stata consegnata e verso le trasformazioni che ci attendono. Né purismo rigido, né cedimento passivo all'inglese: piuttosto, una custodia attenta e creativa di ciò che Dante, con straordinaria lungimiranza, intuì come collante di una comunità ancora da inventare.