Pochi argomenti economici ricorrono con tanta frequenza nei telegiornali, nei talk show e nei dibattiti parlamentari quanto il debito pubblico italiano, una cifra che viene spesso citata con toni allarmati ma raramente spiegata con la dovuta pazienza.
Il debito pubblico è l'insieme dei prestiti che lo Stato ha contratto nel tempo, soprattutto emettendo titoli come i buoni del Tesoro, per finanziare le spese che le entrate fiscali non riuscivano a coprire.
Oggi l'Italia ha un debito che supera ampiamente il centotrenta per cento del prodotto interno lordo, uno dei livelli più alti dell'area euro, e comprendere come ci sia arrivata è indispensabile per valutare le proposte su come gestirlo.
Nel dopoguerra e fino alla fine degli anni Settanta il rapporto tra debito e prodotto interno lordo si mantenne su livelli relativamente contenuti, anche perché una forte crescita economica e un'inflazione elevata riducevano il peso reale dei prestiti.
Fu negli anni Ottanta che la situazione cambiò: la spesa pubblica aumentò rapidamente per finanziare la sanità, le pensioni e i servizi sociali, mentre le entrate non crebbero allo stesso ritmo, e il deficit annuale si allargò in modo costante.
A ciò si aggiunse nel 1981 la decisione, nota come divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia, di sollevare l'istituto centrale dall'obbligo di acquistare i titoli rimasti invenduti alle aste, con la conseguenza che lo Stato dovette offrire tassi di interesse più alti per attirare i risparmiatori.
Negli anni Novanta il rapporto superò il cento per cento del prodotto interno lordo, e gran parte della spesa pubblica fu assorbita dal pagamento degli interessi.
Il Trattato di Maastricht, firmato nel 1992, fissò per i paesi che desideravano adottare la moneta unica alcuni criteri, tra cui un disavanzo annuo non superiore al tre per cento del prodotto interno lordo e un debito pari al sessanta per cento oppure in diminuzione verso quella soglia.
L'Italia riuscì a entrare nell'euro fin dall'inizio, nel 1999, grazie a un severo risanamento dei conti e a una tassazione straordinaria, ma il debito rimase molto sopra la soglia indicata.
Il paese riuscì a conseguire per molti anni un avanzo primario, cioè un saldo positivo tra entrate e uscite al netto degli interessi, e proprio questo dato viene spesso ricordato per sostenere che il problema non sia la spesa corrente di oggi, bensì il peso del passato.
La crisi finanziaria internazionale del 2008 e la successiva crisi dei debiti sovrani nell'area euro misero il paese sotto pressione, poiché gli investitori cominciarono a chiedere rendimenti più elevati per detenere titoli italiani.
La differenza tra il rendimento dei titoli di Stato italiani e quello dei titoli tedeschi, il celebre spread, raggiunse livelli molto alti nel 2011 e contribuì alla caduta del governo allora in carica e alla nascita di un esecutivo tecnico.
Nel 2012 il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, dichiarò che l'istituzione avrebbe fatto tutto il necessario per salvaguardare l'euro, e questo annuncio contribuì a calmare i mercati e a ridurre gradualmente la pressione sui paesi più indebitati.
Il debito tornò ad aumentare in modo marcato durante la pandemia, quando lo Stato intervenne con misure straordinarie a sostegno di imprese, lavoratori e sanità.
Per giudicare la sostenibilità del debito non conta soltanto la sua dimensione assoluta, ma anche il tasso di crescita dell'economia, il livello dei tassi di interesse e la capacità di generare avanzi primari.
Se l'economia cresce più rapidamente del costo medio del debito, il rapporto con il prodotto interno lordo tende a diminuire anche senza tagli drastici, mentre se la crescita ristagna e gli interessi salgono, il debito diventa un fardello sempre più pesante.
L'Italia soffre da oltre vent'anni di una crescita molto debole, e ciò rende più difficile ridurre il rapporto, anche quando i conti primari sono in ordine.
Un'altra caratteristica spesso ricordata è che una parte consistente dei titoli è detenuta da risparmiatori, banche e istituzioni italiane, il che riduce, almeno in parte, la dipendenza dagli investitori esteri, ma non elimina la vulnerabilità del sistema bancario agli shock sui titoli di Stato.
Ogni anno una quota non trascurabile del bilancio dello Stato viene destinata agli interessi sul debito, e questa somma, di decine di miliardi di euro, non può essere usata per l'istruzione, le infrastrutture o la riduzione delle imposte.
Gli economisti sottolineano un effetto di spiazzamento: quando le risorse pubbliche sono assorbite dagli interessi, si riducono i margini per politiche a favore dei giovani e della crescita, cosicché le generazioni future ereditano sia il debito sia minori opportunità.
Va tuttavia notato che il debito ha anche finanziato servizi, pensioni e infrastrutture di cui le generazioni successive hanno beneficiato, per cui la questione dell'equità tra generazioni non ammette risposte semplicistiche.
Sul modo di affrontare il problema le posizioni sono molto diverse e riflettono visioni differenti dell'economia.
Alcuni sostengono che sia necessario un rigore stabile nei conti pubblici, con contenimento della spesa corrente e lotta all'evasione fiscale, per rassicurare i mercati e conservare la fiducia degli investitori.
Altri ritengono che un'austerità eccessiva soffochi la crescita e rischi di peggiorare il rapporto tra debito e prodotto interno lordo, e preferiscono puntare sugli investimenti pubblici e sulle riforme che aumentino la produttività.
In sede europea il Patto di stabilità e crescita, più volte sospeso o riformato, tenta di stabilire regole comuni, ma il dibattito sulla loro rigidità e sulla loro adeguatezza non si è mai davvero chiuso.
Il programma europeo Next Generation EU, da cui deriva il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ha assegnato all'Italia la quota più consistente di risorse, in parte sotto forma di prestiti e in parte di sovvenzioni, con l'obiettivo di stimolare gli investimenti e le riforme.
Se tali fondi saranno impiegati bene, potranno contribuire ad aumentare la crescita potenziale e quindi a rendere il debito più sostenibile; se verranno sprecati, il paese si troverà con ulteriori obblighi senza benefici duraturi.
In definitiva, il debito pubblico non è né una catastrofe imminente né un problema da liquidare con leggerezza, ma una condizione strutturale che richiede decisioni pazienti e coerenti nel corso di molti anni.
La sfida consiste nel conciliare la responsabilità verso le generazioni future con la necessità di non sacrificare le opportunità di crescita di quelle presenti, un equilibrio che nessuna formula matematica può definire al posto dei cittadini.