Italian Text
1005 wordsChiedere cosa significhi essere italiani oggi è, probabilmente, una delle domande più complesse che la cultura contemporanea possa porsi. Se avessimo rivolto questo interrogativo a un contadino piemontese dell'Ottocento, egli avrebbe forse risposto di sentirsi prima di tutto cittadino del suo villaggio, poi suddito del re, e soltanto in terzo luogo, e con qualche esitazione, italiano. L'Italia, come nazione politica unificata, è infatti una costruzione relativamente recente, e la sua identità collettiva si è plasmata lentamente, attraverso tensioni, fratture e conciliazioni che ancora oggi continuano a manifestarsi.
Lo storico Emilio Gentile ha osservato che l'identità nazionale italiana si sia costruita meno sulla base di una lingua condivisa o di un'omogeneità etnica, quanto piuttosto su un patrimonio simbolico fatto di arte, paesaggio, memoria letteraria e, in misura non trascurabile, religione cattolica. Quando Massimo d'Azeglio pronunciò la celebre frase secondo cui, fatta l'Italia, bisognasse ora fare gli italiani, egli stava esprimendo esattamente questa consapevolezza: la dimensione amministrativa dello Stato non coincideva automaticamente con un sentire comune.
Per decenni, la scuola, il servizio militare obbligatorio e, più tardi, la televisione hanno svolto un ruolo fondamentale nel costruire quella che potremmo chiamare una grammatica condivisa dell'italianità. Se non ci fossero stati maestri elementari che insegnavano Manzoni nelle aule di montagna, o soldati che in trincea si scoprivano compagni nonostante parlassero dialetti incomprensibili, l'idea stessa di una comunità nazionale sarebbe rimasta, forse, un progetto incompiuto. Eppure, anche in presenza di questi strumenti, le differenze regionali non si sono mai veramente dissolte.
Oggi, la questione dell'identità italiana si pone su un terreno ancora più complesso. Il paese ha conosciuto, negli ultimi trent'anni, una trasformazione demografica che nessuno avrebbe potuto prevedere nel dopoguerra: l'Italia, terra tradizionalmente di emigrazione, è diventata una terra di immigrazione. Milioni di persone, provenienti dall'Europa orientale, dall'Africa settentrionale, dall'Asia meridionale e dall'America latina, hanno costruito le loro esistenze nelle nostre città, e i loro figli, nati e cresciuti qui, parlano romanesco o milanese con la stessa naturalezza dei coetanei di famiglie autoctone.
La sociologa Chiara Saraceno ha sottolineato come questa realtà stia costringendo il paese a ripensare radicalmente il concetto di appartenenza. Se l'italianità fosse definita soltanto attraverso il sangue e l'ascendenza, sarebbe impossibile accogliere le nuove generazioni che di fatto sono italiane in tutto tranne che nel riconoscimento giuridico. Se invece si adottasse una concezione culturale e civile, si aprirebbe lo spazio per un'identità più inclusiva, capace di assorbire nuove voci senza rinnegare la propria storia. La legge sulla cittadinanza, discussa per anni in parlamento, è il terreno politico su cui questa tensione si è espressa con maggiore evidenza.
Esiste poi un'altra fonte di complessità: la forte identità regionale che caratterizza gli italiani. Un veneto, un siciliano, un romano e un napoletano possiedono sensibilità, abitudini alimentari, codici comunicativi e persino concezioni del tempo sorprendentemente diverse. Il famoso giornalista Beppe Severgnini ha spesso ironizzato sul fatto che, quando viaggia all'estero, si senta italiano, ma quando torna in patria si senta immediatamente lombardo, e più precisamente cremasco. Questa stratificazione identitaria, lungi dall'essere un difetto, potrebbe essere letta come una ricchezza: l'Italia insegnerebbe, in qualche modo, che si può appartenere a più livelli contemporaneamente senza che uno escluda l'altro.
Resta aperta la questione del futuro. I giovani italiani, che crescono immersi nelle piattaforme digitali globali, si identificano con icone della cultura statunitense, asiatica o latinoamericana con la stessa intensità con cui si riconoscono nel patrimonio locale. Se i loro nonni avessero immaginato un'adolescenza scandita da serie coreane, musica trap americana e social network californiani, sarebbero probabilmente rimasti stupiti. Tuttavia, gli stessi giovani mostrano spesso un attaccamento sorprendente alla cucina di casa, alla lingua di famiglia e alle tradizioni del paese d'origine.
L'identità italiana, dunque, si rivela meno un'essenza fissa che un processo in continua trasformazione. Essa si definisce nel dialogo tra locale e globale, tra eredità e novità, tra chi è nato qui da generazioni e chi è arrivato di recente. Forse, più che chiederci cosa sia l'italianità, dovremmo chiederci quale italianità vorremmo costruire nei prossimi decenni. Questa è, probabilmente, una delle sfide culturali più importanti che il paese abbia davanti a sé.