Italian Text
880 wordsErano passati quasi ventidue anni dall'ultima volta che avevo visto Matteo, e non avrei mai immaginato di ritrovarlo in un supermercato di Palermo, tra il reparto della frutta e lo scaffale dei detersivi. Vivo a Milano da tempo, ma ero tornato in Sicilia per una settimana, per aiutare mia sorella a svuotare la casa dei nostri genitori. Era un martedì di maggio, il caldo entrava dalle porte scorrevoli insieme a un odore di limoni che avevo dimenticato, e io stavo cercando il detersivo per i pavimenti quando sentii una voce alle mie spalle: «Dario? Ma non può essere.»
Mi voltai lentamente, quasi con timore di sbagliarmi. Era più alto di come lo ricordavo, o forse ero io che mi ero abbassato con gli anni. Aveva i capelli grigi alle tempie, una leggera barba, e un paio di occhiali da vista che ai tempi del liceo non portava. «Matteo.» Non mi venne altro. Restammo in piedi per qualche secondo tra due carrelli, imbarazzati, come se il fatto stesso di esserci fosse un'affermazione che avrebbe richiesto spiegazioni lunghe. Alla fine ridemmo, non so chi iniziò, e quella risata ruppe una parete invisibile che per anni ci era stata tra.
Eravamo stati amici inseparabili tra i quindici e i diciannove anni. Stessa classe, stesso autobus, stesse estati in spiaggia a Mondello. Poi, dopo la maturità, io me n'ero andato a Milano per studiare economia, mentre lui era rimasto a Palermo e si era iscritto a giurisprudenza. Per un paio d'anni ci eravamo scritti, ci eravamo telefonati, ci eravamo anche visti un paio di volte a Natale. Ma poi, piano piano, le vite si erano divaricate. Un malinteso su una festa di compleanno mancata, qualche messaggio senza risposta, e soprattutto il tempo, che aveva fatto il suo lavoro silenzioso. Non c'era stata una rottura dichiarata; era successo semplicemente che avevamo smesso di cercarci.
«Prendiamo un caffè», disse lui, e non era un invito, era un fatto. Lasciammo i carrelli vicino alle casse con la promessa di tornare e uscimmo sulla strada, dove il sole di mezzogiorno rendeva tutto più bianco del necessario. Il bar all'angolo era lo stesso che frequentavamo a sedici anni, quando andavamo a studiare con l'illusione di studiare. Ci sedemmo fuori, ordinammo due caffè e una granita al limone da dividere, come facevamo una volta. Matteo mi guardò e disse: «Mi dispiace per tuo padre. L'ho letto sul giornale, qualche anno fa. Ti avrei scritto, ma non sapevo più il tuo numero.» Sentii qualcosa tendersi dentro, e annuii. «Anch'io ho saputo di tua madre», risposi. «Non ti ho scritto perché mi vergognavo di averti perso.»
Parlammo per più di due ore. Senza fretta. Mi raccontò che era diventato avvocato, ma non quel tipo di avvocato che si aspettava di diventare: non grandi processi, ma casi di diritto del lavoro, spesso a favore di persone che non potevano permettersi un difensore. Si era sposato, aveva due figli, e un cane che aveva rubato la poltrona al padrone. Io gli raccontai di Milano, del mio lavoro in una società di consulenza, del fatto che avevo divorziato tre anni prima e che abitavo in un appartamento troppo grande per uno solo. Non cercai di abbellire nulla, perché con Matteo non aveva senso. In quel bar, avevamo di nuovo diciannove anni, sebbene i nostri volti mostrassero ciò che il tempo aveva aggiunto e tolto.
A un certo punto gli chiesi la domanda che volevo fargli fin dall'inizio: «Ti sei mai chiesto perché smettemmo di parlarci?» Lui ci pensò, guardando la granita che si stava sciogliendo nel bicchiere. «Credo che non ci fosse un motivo vero», rispose. «Solo un sacco di piccoli silenzi che si sono sommati. All'inizio pensavo fosse colpa tua, poi colpa mia, poi di nessuno. Oggi credo che sia stato solo il modo in cui funzionano certe amicizie quando la vita ti porta da un'altra parte.» Non era una risposta che spiegava, ma era la risposta onesta che potevamo darci.
Prima di salutarci, ci scambiammo i numeri, sapendo entrambi, con una sorta di patto non detto, che non saremmo tornati ad essere gli amici di prima. Troppe cose erano successe, troppi anni mancanti. Però ci saremmo scritti, di tanto in tanto, magari un messaggio per un compleanno, magari una fotografia del mare di Mondello ad agosto. Tornammo a prendere i nostri carrelli al supermercato, mezzi svuotati dal personale che li aveva riordinati, e finimmo la spesa come due perfetti sconosciuti rispetto agli altri clienti. Sulla porta ci abbracciammo, un abbraccio breve, fraterno. Non ci siamo più visti da allora, ma il martedì successivo mi è arrivato un messaggio: una fotografia di una granita al limone e, sotto, una sola parola: «Mancava qualcosa.»