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B1reflection· 862 words · 6 min

Quando Ho Scoperto di Essere Adulto

When I Realized I Was an Adult

Italian Text

862 words
Per molto tempo ho creduto che diventare adulti fosse una questione di compleanni. A diciotto anni dicevo di essere adulto perché potevo votare; a ventidue, perché mi ero laureato; a venticinque, perché avevo firmato il mio primo contratto di lavoro. In realtà, guardandomi indietro, mi accorgo che in tutti quei momenti mi sentivo ancora un ragazzo travestito da persona seria. L'adulto vero, quello di cui posso parlare adesso, non è arrivato con una candelina spenta su una torta, ma con una sera qualunque di un mercoledì di febbraio, in una farmacia di Bologna. Avevo ventinove anni. Mio padre, che fino ad allora era stato un uomo solido e un po' burbero, aveva avuto quello che i medici chiamavano 'un piccolo evento', una frase gentile per dire che il cuore gli aveva fatto paura. Era uscito dall'ospedale dopo una settimana, più magro e più piano nel parlare. Io ero tornato a casa per dargli una mano e, quella sera, mia madre mi aveva chiesto di andare in farmacia a prendere i medicinali. Non le sembrava strano darmi la ricetta: era la prima volta, però, che me la dava a me e non a mio padre. In farmacia, mentre aspettavo il mio numero, guardavo le persone. Una signora anziana, appoggiata al bastone, faceva la lista ad alta voce delle cose che le servivano: 'Per il sonno, per la pressione, per lo stomaco'. Un padre giovane cercava di calmare un bambino che piangeva per una vaccinazione. Io avevo in mano la lista dei medicinali di mio padre, scritta con la sua calligrafia, e mi ricordo che a un certo punto mi resi conto di una cosa semplicissima: ero io, adesso, quello che doveva sapere le dosi, controllare le scadenze, capire a che ora prendere cosa. Nessuno mi avrebbe controllato alle spalle. Se avessi sbagliato, la conseguenza sarebbe stata mia. Non fu un pensiero spaventoso, a dire il vero. Fu qualcosa di più calmo, quasi pesante, come quando ti mettono addosso un cappotto invernale buono e per un attimo ti chiedi se sia davvero il tuo. Mentre pagavo i medicinali, chiesi alla farmacista una cosa che qualche anno prima avrei trovato imbarazzante: 'Scusi, mi spieghi di nuovo, per favore, come funziona questa terapia'. Lei me lo spiegò due volte, con pazienza, e io presi appunti sul retro dello scontrino. Quando uscii, la città era vuota e c'era una nebbia bassa. Ricordo che pensai: 'Questo momento me lo ricorderò'. E avevo ragione. Tornato a casa, sistemai i medicinali nel mobiletto della cucina. Mio padre era davanti alla televisione, con un plaid sulle gambe, e stava guardando un documentario sulle stelle. Quando mi vide con la busta, provò a dirmi qualcosa come: 'Te li spiego io, i medicinali'. Io gli risposi, per la prima volta con la naturalezza di un figlio grande: 'No papà, ho già parlato con la farmacista. Stasera ti do io i primi. Tu guarda le stelle'. Non mi rispose. Girò la testa verso lo schermo, ma io vidi, anche solo per un secondo, un cambiamento nella sua espressione. Era sollievo, o forse fatica; forse quella cosa mista che provano i genitori quando capiscono che i figli li hanno superati in qualcosa. I mesi successivi mi costrinsero a diventare adulto anche in modi meno emotivi. Gestii con i miei genitori le pratiche della banca, perché mio padre non si fidava di internet e mia madre, pur essendo pratica, non voleva assumersi da sola la responsabilità. Prenotai visite mediche, telefonai agli uffici pubblici, litigai al telefono con un impiegato scortese per conto di mio padre. A trent'anni mi ritrovai a pronunciare frasi che mi sembravano da film: 'Buongiorno, chiamo per mio padre', 'Posso parlare con il responsabile?', 'Ho letto il contratto, non sono d'accordo con questa clausola'. Ogni volta che chiudevo una di queste telefonate, non mi sentivo fiero, mi sentivo adulto in un modo noioso, utile. Oggi ho trentacinque anni. Mio padre sta meglio, mia madre ha imparato a controllarsi la pressione da sola. Se qualcuno, a una cena, mi chiede quando ho capito di essere diventato adulto, non dico 'alla laurea' o 'quando mi sono trasferito'. Dico sempre la stessa cosa: 'In una farmacia a Bologna, un mercoledì di febbraio'. Quasi nessuno capisce la frase, e di solito ride. Io ho smesso di spiegarla. Non era un bel momento, né particolarmente nobile, ma era un momento vero. Diventare adulti, mi è sembrato da allora, non è una medaglia: è la scoperta che, se non ti occupi tu di certe cose, nessuno se ne occuperà al posto tuo. È una scoperta un po' triste e un po' bella, come molte cose che contano davvero.

English Translation

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Vocabulary Glossary

burberogruff, grumpy
evento cardiacoheart event, cardiac event
ricettaprescription
calligrafiahandwriting
scadenzeexpiration dates, deadlines
scontrinoreceipt
nebbia bassalow fog
plaidblanket, throw
sollievorelief
pratiche della bancabank paperwork
assumersi la responsabilitàto take responsibility
impiegato scorteserude employee
per conto dion behalf of
clausolaclause
medagliamedal

Comprehension Questions

1.Dove è avvenuto il momento in cui il narratore si è sentito adulto?

2.Quanti anni aveva in quel momento?

3.Cosa era successo a suo padre?

4.Cosa chiese alla farmacista?

5.Cosa stava guardando il padre in TV?

6.Secondo il narratore, cos'è diventare adulti?

7.Il narratore pensa che si diventi adulti a una certa età anagrafica.

8.Il narratore prese appunti sullo scontrino della farmacia.

9.Quando era tornato a casa, disse a suo padre: 'Tu guarda le __________'.

10.Oggi ha __________ anni e suo padre sta meglio.