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889 wordsAvevo perso la coincidenza a Bologna per un ritardo stupido: quindici minuti, non di più, ma sufficienti perché il mio Frecciarossa per Milano partisse senza di me. L'unica alternativa, quella sera di fine marzo, era un regionale lentissimo che sarebbe arrivato in Centrale poco prima dell'una di notte. Avrei potuto fermarmi in albergo, certamente, ma l'indomani mattina avevo una riunione alle otto e mezza e preferivo dormire a casa mia, per quanto poco potesse essere.
Il treno era quasi vuoto. Salii nella prima carrozza e mi sedetti vicino al finestrino, con lo zaino sul sedile accanto. Stavo per infilarmi le cuffie quando una donna entrò nel vagone e, sebbene fosse piuttosto libero, scelse la fila di fronte alla mia. Avrà avuto una quarantina d'anni, capelli castani raccolti in modo disordinato, cappotto blu marino, una borsa di pelle consumata appoggiata sulle ginocchia. Non mi guardò, almeno non subito. Si tolse la sciarpa, aprì un libro e iniziò a leggere, o meglio, fece finta di leggere: girava le pagine troppo in fretta perché stesse veramente assorbendo qualcosa.
Il treno partì con un sussulto. Passammo per piccole stazioni di cui nemmeno sapevo l'esistenza — Lavino, Castelfranco, Modena Piazza Manzoni — e, a ogni fermata, salivano e scendevano pochi passeggeri silenziosi. Dopo circa mezz'ora, mentre attraversavamo una campagna buia illuminata solo dai finestrini, la donna alzò gli occhi dal libro e mi guardò. «Scusi», disse in un italiano pulito ma con una sfumatura strana, forse di qualcuno che ha vissuto a lungo all'estero, «saprebbe dirmi a che ora arriva questo treno a Milano? Ho un telefono quasi scarico e non voglio consumarlo per controllare.» Le risposi con l'orario, poi aggiunsi: «L'ho controllato dieci volte anch'io, non si preoccupi.»
Così iniziammo a parlare. Si chiamava Elena, era italiana ma viveva da quindici anni a Berlino, dove insegnava storia dell'arte in una scuola internazionale. Era tornata in Italia per il funerale della madre, due giorni prima, e adesso stava andando a Milano per sistemare alcune carte con il fratello. Raccontava con una voce bassa, quasi stanca, come chi ha parlato troppo nei giorni precedenti e adesso preferisce una conversazione con un estraneo, senza peso. Le chiesi se i funerali in Italia fossero diversi da come li ricordava. Mi disse di sì, che tutto le era sembrato più rumoroso di quanto ricordasse: tante persone, tanti abbracci, tante raccomandazioni su cosa mangiare. «All'inizio mi dava fastidio», ammise. «Poi ho capito che era proprio quello di cui avevo bisogno, senza saperlo.»
Fuori cominciò a piovere. Le gocce tracciavano righe oblique sul vetro, illuminate di tanto in tanto dalle luci di qualche paese. Elena tirò fuori dalla borsa un thermos e mi offrì un tè alla menta. Le dissi di sì, sebbene di solito non accetti bevande dagli sconosciuti sui treni. «Mia madre lo faceva sempre», disse mentre versava nel bicchierino di plastica, «partiva con un thermos come se dovesse attraversare la steppa. Per lei, un viaggio senza tè caldo era impensabile.» Le chiesi di lei — non di sua madre, di lei. Mi raccontò che aveva vissuto un periodo difficile un paio d'anni fa, che si era separata dal marito e che aveva pensato, per qualche mese, di lasciare tutto e tornare in Italia. Alla fine era rimasta a Berlino, dove aveva costruito una vita, anche se, confessava, non si sentiva completamente a casa da nessuna parte.
Parlammo di cose grandi e di cose piccole: di libri, di un film tedesco che né io né lei avevamo capito davvero, del pane italiano che a Berlino le mancava, del rumore delle cicale che lei non sentiva da anni. A un certo punto mi accorsi che stavamo ridendo, e mi parve strano, considerando il motivo del suo viaggio. Ma forse, pensai, ridere con uno sconosciuto in un treno di notte è una delle forme più oneste di consolazione, proprio perché non pretende nulla e non durerà.
Arrivammo a Milano Centrale alle 00:53, con solo un piccolo ritardo. Ci alzammo insieme, prendemmo i bagagli. Prima di separarci sulla banchina, Elena mi tese la mano e mi ringraziò per la compagnia. Io feci lo stesso. Non ci scambiammo numeri, né email, né account social. Lei si avviò verso l'uscita di piazza Duca d'Aosta, io verso il taxi. Per un attimo pensai di rincorrerla, di chiederle almeno il cognome, ma poi mi fermai. Capivo che quel viaggio aveva avuto la sua forma perché era finito lì, in quella stazione, a quell'ora. A volte, le persone passano nella nostra vita come treni notturni: fanno una sola fermata, ma ci lasciano più leggeri, e basta.