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B1personal· 865 words · 6 min

Il Mio Anno all'Estero

My Year Abroad

Italian Text

865 words
Quando mi chiamarono per dirmi che avevo vinto la borsa Erasmus per Granada, ero in mezzo alla strada, con una busta della spesa in mano e il telefono stretto fra l'orecchio e la spalla. Lasciai cadere la busta sul marciapiede, e una mela rotolò via fino al tombino. Avevo ventidue anni, studiavo architettura a Bologna e non ero mai stata all'estero più di una settimana. Fino a quel momento avevo immaginato che partire significasse soprattutto divertirsi; in realtà, quell'anno mi avrebbe insegnato cose che l'università non mi aveva mai nominato. Arrivai a Granada a settembre, con due valigie enormi e un dizionario tascabile che si rivelò subito inutile. La casa che avevo prenotato online non esisteva: al posto dell'indirizzo promesso trovai un cancello chiuso e un cartello 'Se vende'. Rimasi seduta sui miei bagagli per quasi due ore, senza sapere cosa fare, finché una signora affacciata al balcone mi chiese, in uno spagnolo lentissimo, se avevo bisogno di aiuto. Dormii quella notte sul suo divano, bevendo una tisana di cui non ricordo il nome. Se non fosse stato per lei, avrei probabilmente preso il primo volo di ritorno. I primi due mesi furono più duri di quanto avessi immaginato. A lezione parlavano così veloce che prendevo appunti a caso, inventando parole. Al supermercato compravo cose sbagliate perché non capivo le etichette: una volta tornai a casa con un detersivo al posto del sapone per il corpo. La sera chiamavo mia madre e spesso piangevo, senza sapere perché. Lei mi diceva sempre la stessa frase: 'Dai tempo al tempo'. All'inizio mi sembrava una frase fatta, poi cominciai a capire che era l'unica cosa vera che si potesse dire. Verso novembre qualcosa cambiò. Conobbi Lucía, una ragazza argentina che studiava letteratura, e Samir, un ragazzo marocchino che faceva ingegneria. Avevamo in comune il fatto di non essere spagnoli e di sentirci un po' goffi in quella città bellissima e piena di luce. Cominciammo a cucinare insieme il martedì sera, ognuno portava un piatto del suo Paese. Io preparavo la pasta al pomodoro e loro ridevano perché, dicevano, la facevo con una serietà quasi religiosa. Fu con loro che cominciai finalmente a parlare spagnolo senza pensarci, a sbagliare senza arrossire, a ridere delle mie stesse gaffe. A gennaio, durante le vacanze, partii da sola per un fine settimana a Cadice. Presi un autobus sbagliato e finii in un paesino minuscolo sul mare, il cui nome non riuscivo nemmeno a pronunciare. Mangiai del pesce in una trattoria dove il cameriere mi chiamava 'niña' e mi regalò un bicchierino di liquore alla fine del pasto. Tornai a Granada con la sensazione, nuova per me, che fossi capace di cavarmela da sola. Non credo che prima di quel viaggio avessi mai capito davvero cosa significasse l'indipendenza. Ci furono anche momenti più difficili. A febbraio mi ammalai e rimasi a letto una settimana con la febbre alta, senza nessuno che potesse passare in farmacia per me tranne Lucía, che viveva dall'altra parte della città. Una notte mi svegliai convinta di voler tornare in Italia; il mattino dopo, quando la febbre scese, capii che era stata solo paura. Chiamai mia madre e, per la prima volta, non piansi. Le raccontai il mio progetto di tesi, come se fossimo semplicemente due adulte che parlavano al telefono. Quando ripartii, a giugno, l'aeroporto di Malaga mi sembrò ostile. Lucía e Samir mi accompagnarono fino ai controlli, e ricordo che Samir mi abbracciò e mi disse: 'Non diventare di nuovo quella che eri quando sei arrivata'. Non aveva tutti i torti. Ero partita con l'idea di imparare una lingua; tornavo con un modo diverso di stare al mondo, più paziente, meno giudicante, più disposto ad aspettare prima di decidere se una cosa fosse bella o brutta, giusta o sbagliata. Oggi, quando qualche studente più giovane mi chiede se valga la pena partire, rispondo sempre che non si tratta solo di imparare una lingua o di aggiungere una riga al curriculum. Un anno all'estero è soprattutto un anno in cui ti togli addosso la tua vita abituale come un cappotto pesante, e scopri cosa rimane di te sotto. A volte scopri cose che ti piacciono, a volte cose che non avresti voluto sapere. In entrambi i casi, però, è un regalo. Se tornassi indietro, non cambierei nulla, tranne forse una cosa: porterei meno vestiti, e molto più coraggio.

English Translation

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Vocabulary Glossary

borsa ErasmusErasmus scholarship
tombinodrain, manhole
dizionario tascabilepocket dictionary
cartellosign
tisanaherbal tea
frase fattacliché, set phrase

idiomatic

goffiawkward, clumsy
arrossireto blush
gaffeblunder, social mistake

from French

cavarmelato manage, to get by

cavarsela, pronominal verb

ostilehostile
meno giudicanteless judgmental
valga la penait's worth it

subjunctive of valere

cappotto pesanteheavy coat
tornassi indietroif I went back

congiuntivo imperfetto

Comprehension Questions

1.Dove andò la protagonista per l'Erasmus?

2.Cosa successe quando arrivò al suo alloggio?

3.Chi l'aiutò la prima notte?

4.Cosa comprò per sbaglio al supermercato?

5.Chi erano Lucía e Samir?

6.Cosa le disse Samir all'aeroporto?

7.La protagonista era già stata all'estero più volte prima dell'Erasmus.

8.A febbraio è stata male per una settimana.

9.Sua madre le ripeteva sempre: 'Dai __________ al tempo'.

10.Il martedì sera cucinavano un piatto del proprio __________.