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564 wordsMi chiamo Tobia e la scorsa estate ho accettato una sfida sportiva che non avrei mai immaginato. Ho quarantadue anni, lavoro in ufficio tutto il giorno e fino a un anno fa la mia vita era fatta di troppe sedie, troppa pasta e poche camminate. Poi un giorno, al bar, un mio amico, Paolo, mi ha detto: "Perché non ti iscrivi alla mezza maratona di Verona? Mancano quattro mesi, possiamo allenarci insieme." All'inizio ho riso. Poi ho pensato: perché no?
Il primo giorno di allenamento è stato un disastro. Sono uscito di casa alle sei del mattino, con le scarpe nuove e una grande energia. Dopo dieci minuti di corsa, ero già senza fiato. Le gambe mi pesavano come il marmo. Tornato a casa, mi sono guardato allo specchio ed ero rosso in faccia come un pomodoro. Mia moglie, Serena, rideva ma poi mi ha detto: "Se vuoi davvero farlo, ci vuole pazienza. Non si diventa atleti in due settimane."
Nei mesi successivi ho imparato a gestire il mio corpo. Correvo tre volte alla settimana, al mattino presto o la sera tardi. Paolo mi chiamava ogni lunedì per chiedere come andava. A volte, quando pioveva o ero stanco, non avevo voglia di uscire. In quei momenti pensavo a una frase che avevo letto: "Il peggior allenamento è quello che non fai." Mi alzavo, mi mettevo le scarpe e uscivo. Dopo dieci minuti ero già contento di averlo fatto.
Il giorno della gara, Verona era piena di gente. C'erano più di cinquemila corridori venuti da tutta l'Italia e anche dall'estero. Io avevo le gambe pesanti e il cuore leggero. Allo start ho abbracciato Paolo. Lui mi ha detto: "Ricorda, non devi vincere, devi arrivare." È suonata la pistola e abbiamo cominciato a correre. I primi cinque chilometri sono passati velocemente. Poi, al decimo chilometro, ho cominciato a stare male. Le gambe bruciavano, lo stomaco era chiuso e volevo fermarmi.
Al quindicesimo chilometro una signora anziana, lungo il percorso, mi ha dato una spinta con le parole: "Forza giovane, sei quasi arrivato!" Io non ero giovane, ma lei aveva sicuramente più di ottanta anni, quindi per lei avevo ancora vent'anni. Ho riso e ho continuato. Negli ultimi tre chilometri ho pensato a mia figlia, che ha dodici anni, e a come volevo farle vedere che un padre può anche fallire ma mai arrendersi. Sono arrivato al traguardo in due ore e diciotto minuti. Non un tempo da record, ma il mio tempo.
Alla fine Serena e mia figlia mi aspettavano con un cartello scritto a mano: "Papà, il nostro eroe." Ho pianto davanti a loro per la prima volta dopo anni. Paolo mi ha abbracciato e mi ha detto: "Allora, il prossimo anno la maratona intera?" Io gli ho risposto: "Prima lascia che mi sieda." Da quel giorno non ho più smesso di correre. Non sono diventato un atleta e probabilmente non lo sarò mai. Però ho capito una cosa: il corpo è come un vecchio amico, se lo ignori per troppo tempo si offende, ma se torni a cercarlo, ti perdona sempre.