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553 wordsMi chiamo Paola e lavoro come infermiera in un grande ospedale di Genova. Voglio raccontarvi una giornata speciale, quella di martedì della settimana scorsa, perché in certi momenti capisco davvero perché ho scelto questo mestiere. Quel giorno facevo il turno di mattina, dalle sette all'una. La sveglia è suonata alle cinque e mezza, come sempre, ma io ero già sveglia da mezz'ora, con il caffè pronto sul fornello.
Sono uscita di casa alle sei, quando in città era ancora buio. Fuori pioveva leggermente e le strade erano vuote. Al lavoro sono arrivata dieci minuti prima del turno, come mi ha insegnato mia madre, che è stata infermiera per quarant'anni. Appena entrata nel reparto di medicina interna, la mia collega del turno di notte, Anna, mi ha raccontato come era andata la notte. Un paziente anziano, il signor Ferruccio, non aveva dormito bene. Sua moglie era morta due mesi prima e la sera lui piangeva spesso. 'Passa da lui, se hai tempo', mi ha detto Anna. Le ho risposto che sarei passata prima di tutto.
La mattinata è iniziata subito intensa. Avevo dodici pazienti sotto la mia responsabilità. Dovevo misurare la pressione, dare le medicine, preparare i letti, parlare con i medici durante il giro della visita. Tra un paziente e l'altro, non avevo quasi il tempo di bere un bicchiere d'acqua. Alle otto e mezza è arrivata una signora nuova, che era molto spaventata. Le hanno detto che doveva fare degli esami importanti nel pomeriggio e lei tremava. Mi sono seduta accanto al suo letto per qualche minuto, le ho spiegato con calma che cosa sarebbe successo e lei si è tranquillizzata. Queste piccole cose, nel nostro lavoro, sono forse le più importanti.
Verso le dieci sono riuscita a passare dal signor Ferruccio. Lui era seduto sul letto e guardava fuori dalla finestra. Gli ho chiesto come stava e lui, invece di rispondere, mi ha preso la mano e mi ha detto: 'Signorina, mia moglie faceva il caffè come lo fa lei, lo sento dall'odore sul suo camice'. Ho sorriso e mi sono emozionata un po', ma non ho pianto davanti a lui. Gli ho promesso che il giorno dopo gli avrei portato un pezzo di ciambellone fatto da me. I suoi occhi sono diventati un po' più vivi.
A mezzogiorno è arrivata un'emergenza: un uomo di cinquant'anni con dolori al petto. Abbiamo corso tutti. Il dottor Rizzo dava ordini rapidi, io e un'altra collega abbiamo preparato il materiale, chiamato il cardiologo, rassicurato la moglie del paziente, che piangeva in corridoio. Dopo un'ora la situazione era sotto controllo. L'uomo, per fortuna, stava meglio. Ho guardato l'orologio e ho realizzato che avrei finito con mezz'ora di ritardo.
Sono uscita dall'ospedale alle tredici e trenta, stanchissima. Fuori c'era ancora pioggia, ma io non sentivo più il freddo. Ho preso il bus per tornare a casa e, seduta accanto al finestrino, ho pensato a tutti i volti della mia mattinata. A volte, quando lavoro, mi sento una piccola formica in un mondo troppo grande. Ma in giornate come quella di martedì, capisco che ogni gesto conta. Quel pomeriggio, tornata a casa, ho preparato il ciambellone per il signor Ferruccio. Sapevo che sarebbe stata la cosa più importante della giornata successiva.