Italian Text
566 wordsMi chiamo Francesca e abito a Bologna. L'autunno scorso ho fatto un gita di un giorno a Venezia con mio fratello Tommaso. Non avevamo un programma preciso: volevamo semplicemente camminare, perderci e vedere la città fuori stagione, quando ci sono meno turisti e i colori sono più morbidi. Siamo partiti con il treno delle sette e mezza, con lo zaino sulle spalle e la macchina fotografica carica.
Quando siamo usciti dalla stazione di Santa Lucia, il primo impatto è stato fortissimo. Davanti a noi c'era il Canal Grande, con i vaporetti che passavano, i palazzi antichi riflessi nell'acqua, il rumore dei motori e delle voci in tante lingue. Tommaso ha detto subito: "Non sembra vera". E aveva ragione. Venezia ha quell'aria di città finta, di cartolina, che però appena cominci a camminare diventa improvvisamente autentica, con il suo odore di salsedine e muffa gentile.
Abbiamo preso un vaporetto e siamo andati direttamente a Piazza San Marco. C'erano molti piccioni e pochi turisti, perché era martedì e faceva un po' freddo. Abbiamo ammirato la Basilica dall'esterno, poi siamo saliti sul Campanile. Dall'alto, Venezia sembrava un groviglio di tetti rossi, cupole e canali. Tommaso fotografava tutto, io invece cercavo di memorizzare quella vista, perché sapevo che una foto non sarebbe mai stata abbastanza. Mentre eravamo lassù, è suonata una campana e ho sentito un brivido sulla schiena.
Dopo, abbiamo deciso di perderci di proposito. Abbiamo lasciato le zone turistiche e siamo entrati in stradine strette che si chiamano "calli". Ci siamo persi davvero, più di una volta. Il Google Maps funzionava male, perché i segnali rimbalzavano tra i muri antichi, e ogni volta che giravamo un angolo ci sembrava di tornare al punto di partenza. A un certo punto, mio fratello si è messo a ridere e ha detto: "Va bene, ci siamo persi. È bellissimo". Ha ragione, ho pensato. Perdersi a Venezia non è un problema, è un regalo.
Dopo quasi due ore di cammino, avevamo una fame enorme. Abbiamo trovato una piccola trattoria in un campo fuori dai percorsi turistici. Si chiamava "Da Teresa" e aveva solo sei tavoli. La proprietaria, una signora con i capelli grigi e le mani piccole, ci ha accolti come se fossimo suoi nipoti. Abbiamo mangiato bigoli in salsa e fegato alla veneziana. Tommaso non aveva mai assaggiato il fegato prima, e lo ha trovato sorprendentemente buono. Con il caffè, la signora ci ha regalato due biscotti fatti in casa. È stato il momento più bello della giornata.
Nel pomeriggio siamo andati a Burano, l'isola delle case colorate. Abbiamo preso il vaporetto e in quaranta minuti eravamo là. Le case sembravano uscite da un quadro: rosa, gialle, azzurre, verdi, una accanto all'altra. Abbiamo camminato lungo i canali, abbiamo bevuto un cappuccino in una pasticceria piccolissima e abbiamo comprato due cartoline. Al tramonto siamo tornati a Venezia con l'ultimo vaporetto prima della sera. Il cielo era viola e il rumore dell'acqua contro la barca era ipnotico. Tornando in treno, ho pensato che una sola giornata a Venezia non basta. Però è sufficiente per capire che certe città non si visitano: si respirano.