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589 wordsMi chiamo Lidia e, da quando avevo sei anni, sognavo una cosa sola: fare la ballerina. Sono cresciuta in un piccolo paese di montagna in Trentino, dove d'inverno la neve copriva tutto per mesi. Non c'era nessuna scuola di danza vicino a casa, ma io in televisione, ogni volta che vedevo un balletto, restavo incantata. Quando nessuno mi guardava, mi mettevo davanti allo specchio del bagno e provavo a imitare le ballerine che avevo visto. Le mie gambe erano troppo corte, le mie braccia troppo rigide, ma io ci credevo lo stesso.
A dodici anni ho convinto mia madre a iscrivermi a una scuola di danza a Trento, che era a un'ora di macchina da casa nostra. Due volte a settimana lei mi portava in auto, attraversando strade di montagna, tornanti, qualche volta anche la neve. A casa eravamo una famiglia semplice: mio padre faceva il meccanico, mia madre lavorava part-time in una pasticceria. Pagare la scuola di danza era un sacrificio per loro, ma non l'hanno mai detto a parole. L'ho capito solo molto tempo dopo, quando sono diventata abbastanza grande.
Gli anni dell'adolescenza sono stati duri. Mentre le mie amiche la sera uscivano, andavano alle feste, io tornavo a casa dopo due ore di lezione, con i piedi doloranti e i vestiti sudati. Ho voluto mollare almeno tre volte. Una volta, a sedici anni, ho avuto una brutta caduta e mi sono rotta un piede. I medici hanno detto che forse non avrei più potuto ballare come prima. Ho pianto per giorni. Però, dopo mesi di riabilitazione, sono tornata in sala con la paura nel corpo, ma anche con una rabbia nuova. Quella rabbia, in un certo senso, mi ha aiutato a migliorare.
A diciannove anni ho fatto un'audizione per un'accademia importante a Vienna. Ricordo ancora il giorno: era maggio, la città era piena di tulipani, io avevo il cuore che batteva così forte che quasi non sentivo la musica. Quando è arrivata la mia turno, sono entrata in sala e per cinque minuti ho dimenticato tutto. Ho ballato come se fossi sola al mondo. Due settimane dopo, una lettera è arrivata a casa: ero stata accettata, con una borsa di studio parziale. Mia madre ha letto la lettera con le mani che tremavano. Mio padre, che non piangeva mai, quella sera si è girato dall'altra parte per nascondere le lacrime.
Gli anni a Vienna sono stati bellissimi e terribili insieme. Studiavo dodici ore al giorno. Imparavo il tedesco in autobus. Mangiavo panini freddi per risparmiare. Però, per la prima volta nella mia vita, ero circondata da persone che amavano la danza come me. Ho trovato amici veri, tra cui una ragazza giapponese, Aiko, che è ancora oggi la mia migliore amica. Alla fine del terzo anno, un piccolo teatro di Praga mi ha offerto un contratto come ballerina professionista. Ho firmato con le mani che tremavano, come mia madre anni prima.
Adesso ho ventisette anni e ballo ogni sera per un pubblico diverso. Non sono famosa, non guadagno molto, non sono ancora una prima ballerina. Però, quando la luce del palco mi colpisce il viso, penso sempre alla bambina di sei anni davanti allo specchio del bagno, con le gambe troppo corte e gli occhi pieni di sogni. A volte le dico, in silenzio: 'Avevi ragione tu'. E lei, in qualche modo, mi sorride.