Italian Text
562 wordsMi chiamo Isabella e a trent'anni ho fatto il colloquio di lavoro più importante della mia vita. Dopo cinque anni in una piccola azienda di Padova, avevo deciso di cambiare. Avevo letto un annuncio per una posizione di project manager in una grande azienda internazionale a Milano. Lo stipendio era il doppio del mio e le responsabilità erano molte di più. Quando ho ricevuto la chiamata per il colloquio, mi sono sentita felice e terrorizzata allo stesso tempo.
La sera prima non sono riuscita a dormire. Continuavo a pensare alle domande possibili, a cosa dire, a come presentarmi. Avevo stirato un vestito blu tre volte. Mio marito, Dario, mi ha detto: "Sei preparata, devi solo essere te stessa." Io annuivo, ma dentro di me avevo paura. Alle cinque del mattino ho preso il treno. Guardando dal finestrino il cielo ancora scuro, mi sono chiesta se stessi facendo la cosa giusta.
Sono arrivata a Milano intorno alle otto. L'ufficio era in un edificio moderno di vetro, con venti piani e una reception enorme. La ragazza al banco mi ha chiesto il nome e mi ha detto di aspettare. Mi sono seduta su una poltrona bianca e ho cercato di controllare il respiro. Cinque minuti dopo, una donna di circa cinquant'anni è venuta a prendermi. Si chiamava dottoressa Conti. Aveva un sorriso gentile ma professionale. Mi ha accompagnato in una sala riunioni dove c'erano altri due manager.
Il colloquio è durato un'ora e mezza. Le prime domande erano quelle classiche: perché voglio cambiare lavoro, quali sono i miei punti di forza, dove mi vedo tra cinque anni. Ho risposto con calma, anche se le mani mi tremavano sotto il tavolo. Poi però il direttore tecnico mi ha fatto una domanda tecnica molto difficile. Non sapevo la risposta esatta. Invece di inventare, ho detto la verità: "Non ho mai affrontato questo tipo di problema, ma penso che farei così." Ho spiegato il mio ragionamento. Lui ha annuito lentamente, senza dire se ero giusta o sbagliata.
Quando sono uscita dall'ufficio, non sapevo cosa pensare. Forse ero andata bene, forse male. Ho camminato per Milano senza una direzione precisa, mi sono fermata in un bar e ho ordinato un cappuccino. Mi sentivo vuota e stanca. Ho chiamato Dario e gli ho detto: "Non credo di aver ottenuto il lavoro." Lui mi ha risposto: "Hai fatto del tuo meglio, è già una vittoria."
Ho aspettato la risposta per due settimane. Ogni volta che sentivo il telefono suonare, saltavo. Al lavoro vecchio facevo fatica a concentrarmi. Finalmente, un martedì pomeriggio, è arrivata la mail. L'ho letta tre volte prima di capire: "Abbiamo il piacere di offrirle la posizione." Ho pianto per cinque minuti, da sola in cucina. Ma non erano solo lacrime di felicità. Erano anche lacrime per la paura superata, per le notti senza sonno e per la ragazza che ero stata cinque anni prima, quando non mi sentivo capace di niente. Il lunedì ho firmato il contratto. A volte la cosa più importante di un colloquio non è vincere, ma scoprire che sei più forte di quanto pensavi.