Italian Text
548 wordsMi chiamo Stefano e sono cresciuto in un piccolo paese della Basilicata, vicino a Matera. Ricordo ancora perfettamente il mio primo giorno di scuola elementare, anche se sono passati molti anni. Era una mattina di settembre e faceva già un po' fresco. Mia madre mi ha svegliato alle sette, ma io ero già sveglio da almeno un'ora. Avevo lo stomaco chiuso e le mani sudate.
La sera prima, mia madre aveva preparato tutto sul tavolo della cucina: lo zainetto blu, l'astuccio con le matite nuove, il grembiule nero con il fiocco azzurro. Io guardavo quelle cose e non riuscivo a crederci. Fino a quel momento, la scuola era sempre stata una parola lontana, qualcosa che riguardava i bambini più grandi. All'improvviso, quella parola riguardava anche me. Mentre mia madre mi pettinava, io tenevo stretto il mio orsacchiotto e cercavo di non piangere.
Siamo usciti di casa alle otto meno un quarto. Per strada ho incontrato altri bambini con lo stesso grembiule, ma non conoscevo nessuno. Mio padre mi teneva la mano sinistra, mia madre quella destra, e io camminavo in mezzo a loro come un piccolo prigioniero felice. Quando siamo arrivati davanti al cancello della scuola, ho visto tantissimi genitori e bambini. Alcuni piangevano, altri ridevano. Una bambina con i capelli rossi mi ha guardato e mi ha sorriso. Poi è arrivata la maestra, una signora alta con gli occhiali, e ci ha chiamati uno per uno.
Quando ha detto il mio nome, ho avuto paura. Mia madre si è chinata e mi ha sussurrato all'orecchio: "Vai, tesoro, è tutto a posto". Io volevo restare con lei, ma sapevo che non potevo. Ho lasciato la sua mano e sono entrato in fila con gli altri bambini. Prima di sparire dentro l'edificio, mi sono girato e ho visto mio padre che mi salutava con la mano. Aveva gli occhi lucidi, e questo mi ha sorpreso molto, perché non lo avevo mai visto piangere prima.
La classe era grande e profumava di matite nuove. La maestra ci ha fatti sedere in ordine alfabetico. Io mi sono seduto vicino a un bambino che si chiamava Giuseppe e che sarebbe diventato il mio migliore amico per i successivi dieci anni. Durante la prima ora, la maestra ci ha spiegato le regole e poi ci ha chiesto di disegnare la nostra famiglia. Io ho disegnato mia madre, mio padre, mia sorella e anche il cane, che però in realtà non avevamo. Mentre disegnavo, mi sono accorto che non avevo più paura.
A mezzogiorno, quando sono uscito, mia madre mi aspettava davanti al cancello con un sorriso enorme. Mi ha chiesto com'era andata e io le ho risposto: "Bene, ma ho fame". Lei ha riso e mi ha abbracciato forte. Tornando a casa, le ho raccontato tutto nei minimi dettagli: la maestra, Giuseppe, il disegno, la bambina con i capelli rossi. Finalmente mi sentivo grande. Quella sera, prima di addormentarmi, ho pensato che forse la scuola non era così terribile come immaginavo. Era solo un posto nuovo, pieno di persone che ancora non conoscevo.