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562 wordsMi chiamo Ilaria e vivo a Torino. Il mio primo giorno di lavoro è stato esattamente cinque anni fa, in una piccola agenzia di comunicazione vicino a Porta Nuova. Quel lunedì mattina, mentre uscivo di casa, mi sentivo stranissima: un po' orgogliosa, un po' terrorizzata. Avevo ventitré anni e nessuna esperienza reale. Sul curriculum avevo scritto che sapevo usare bene Photoshop, ma in realtà sapevo fare appena l'essenziale.
Quella mattina mi ero alzata alle sei. Avevo provato tre vestiti diversi prima di decidere quale mettere. Alla fine ho scelto una camicia bianca e dei pantaloni neri, un completo classico che mi faceva sembrare più grande. Avevo perfino comprato una borsa nuova, una di quelle borse da ufficio che avevo sempre visto addosso alle donne in carriera nei film. Guardandomi allo specchio, mi sentivo un po' una truffatrice: sembravo una professionista, ma dentro ero ancora una studentessa spaventata.
Sono arrivata in ufficio con venti minuti di anticipo. Non sapevo se salire subito o aspettare fuori, così ho preso un caffè al bar di fronte e ho provato a respirare con calma. Quando finalmente sono entrata, la receptionist mi ha sorriso e mi ha accompagnata nella sala riunioni. Lì mi aspettava Marco, il mio nuovo capo, un uomo sui quaranta con una barba curata e un sorriso gentile. "Benvenuta, Ilaria", mi ha detto. "Oggi non ti chiederò nulla di complicato. Prima di tutto, conosciamoci".
Mi ha presentato i colleghi uno per uno. C'era Valentina, la grafica senior, che portava un maglione giallo enorme; c'era Riccardo, sempre attaccato a due schermi; c'era Elena, la copywriter, che mentre parlava masticava continuamente gomma alla menta. Tutti sono stati gentili, ma io avevo paura di dimenticare i loro nomi nel giro di cinque minuti. Mi hanno offerto un caffè e mi hanno mostrato la mia scrivania, vicino alla finestra. Sopra c'era un piccolo vaso con una pianta verde, un gesto di benvenuto che mi ha commosso.
Il primo incarico è arrivato dopo pranzo. Marco mi ha chiesto di scrivere tre post brevi per Instagram per un cliente che vendeva tisane. All'inizio mi sembrava un compito semplicissimo, ma appena ho aperto il documento, la mia mente è diventata vuota. Fissavo lo schermo bianco e non mi veniva in mente nessuna frase decente. Dopo venti minuti di panico silenzioso, Elena si è avvicinata e mi ha detto: "Tranquilla, anche il mio primo giorno ho pianto in bagno. Vuoi che ti dia una mano?". Abbiamo lavorato insieme per un'ora e alla fine ho consegnato qualcosa di cui ero abbastanza fiera.
Quando sono uscita dall'ufficio alle diciotto e trenta, il cielo sopra Torino era di un arancione incredibile. Ho camminato fino al tram senza mettere la musica nelle orecchie, perché volevo ascoltare i pensieri nella mia testa. Ero esausta, avevo fame e mi faceva male la schiena. Però, per la prima volta nella vita, avevo guadagnato una giornata di stipendio. Ho chiamato mia madre e le ho detto: "Mamma, non è stato facile, ma ce l'ho fatta". Lei ha pianto un po' al telefono. Quella sera, prima di dormire, ho pensato che crescere non è mai un momento solo: è una serie di piccoli primi giorni.