Italian Text
1065 wordsIl volontariato rappresenta in Italia una tradizione profondamente radicata, la cui storia si intreccia da secoli con quella della società civile, della cultura religiosa e delle istituzioni pubbliche. Prima ancora che lo Stato moderno assumesse su di sé la responsabilità di garantire servizi sociali, sanitari ed educativi, furono le confraternite laicali, gli ordini religiosi e le opere pie a farsi carico dei bisognosi, degli ammalati e degli orfani. Già nel Medioevo, nelle città comunali, sorsero ospedali e ospizi gestiti da fratellanze che si impegnavano gratuitamente nell'assistenza: si racconta che molte famiglie destinassero una parte dei propri beni a queste istituzioni, nella convinzione che l'aiuto al prossimo rappresentasse un dovere morale prima ancora che religioso.
Questa vocazione solidaristica affondò radici tanto profonde nella cultura italiana che, quando nel Rinascimento le confraternite si moltiplicarono, esse finirono per costituire una rete di protezione sociale capillare, integrata con le autorità civili. Ebbero particolare importanza le compagnie di misericordia, fondate a Firenze nel XIII secolo e diffusesi poi in tutta la penisola, che operavano nei settori dell'accoglienza, della cura e del trasporto dei malati. Se non avessero esistito simili istituzioni, probabilmente interi territori sarebbero rimasti privi di qualsiasi forma di sostegno per i più vulnerabili. Fu proprio grazie a questo tessuto associativo che, secoli più tardi, l'Italia poté costruire una società civile vivace, capace di affiancarsi allo Stato laico nato con l'Unità nel 1861.
Durante l'Ottocento, accanto al volontariato di matrice cattolica, cominciò a svilupparsi anche un associazionismo laico e operaio, espressione delle nuove classi sociali emerse con l'industrializzazione. Nacquero società di mutuo soccorso, cooperative e circoli di solidarietà fra lavoratori, che fornivano assistenza in caso di malattia, disoccupazione o morte. La presenza simultanea di queste due anime - quella cattolica e quella laica - conferì al volontariato italiano una ricchezza plurale che lo avrebbe caratterizzato fino ai giorni nostri. Sebbene i due mondi si fossero spesso guardati con diffidenza, entrambi condividevano la convinzione che la dignità della persona non potesse essere garantita soltanto dal mercato.
Nel secondo dopoguerra, con la nascita della Repubblica e l'approvazione della Costituzione nel 1948, il volontariato trovò un riconoscimento implicito negli articoli che sanciscono il principio di solidarietà (articolo 2) e il dovere di ogni cittadino di contribuire al progresso materiale e spirituale della società (articolo 4). Tuttavia, per decenni, il settore operò in una sorta di limbo giuridico: molte associazioni si dedicavano ad attività sociali preziose senza avere una cornice normativa chiara. Fu soltanto nel 1991, con la Legge 266, che il Parlamento italiano approvò una disciplina organica del volontariato, riconoscendolo come espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo.
Il punto di svolta più recente è rappresentato dalla Legge 106 del 2016, nota come Riforma del Terzo Settore, che rappresenta la più ambiziosa riorganizzazione del comparto mai realizzata nel nostro Paese. La riforma introdusse il Codice del Terzo Settore, entrato in vigore con il decreto legislativo 117 del 2017, e istituì il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS), strumento fondamentale per la trasparenza e la governance. Se non fosse stata approvata una tale riforma, il panorama italiano sarebbe probabilmente rimasto frammentato fra decine di normative stratificate, spesso contraddittorie e di difficile interpretazione. La legge disciplina le associazioni di volontariato, le associazioni di promozione sociale, le imprese sociali, le fondazioni e le reti associative, fornendo loro strumenti giuridici e fiscali adeguati alle loro finalità.
I numeri del Terzo Settore in Italia sono impressionanti e testimoniano la vitalità di un fenomeno che continua a crescere. Secondo i dati più recenti dell'ISTAT, sono oltre 360.000 le istituzioni non profit attive nel Paese, con un numero di volontari stimato in oltre sei milioni di persone, ossia circa un decimo della popolazione. Questi volontari operano in ambiti estremamente variegati: assistenza sociale e sanitaria, protezione civile, cooperazione internazionale, educazione, cultura, sport, ambiente, diritti umani, accoglienza dei migranti. Se si considerasse il valore economico del lavoro gratuito prestato, le stime degli economisti sociali indicherebbero cifre pari a decine di miliardi di euro annui, sebbene il vero valore del volontariato difficilmente possa essere ridotto a un dato monetario.
Fra le organizzazioni più note e capillari figurano la Caritas Italiana, la Croce Rossa, l'ANPAS, l'AVIS per la donazione del sangue, l'AIDO per gli organi, Emergency per le emergenze umanitarie internazionali, e Libera, fondata da don Luigi Ciotti per contrastare le mafie e sostenere la cultura della legalità. Accanto a queste realtà storiche, negli ultimi anni sono emersi movimenti informali e reti digitali che hanno saputo mobilitare rapidamente volontari in occasione di eventi drammatici, come i terremoti che colpirono il Centro Italia nel 2016 o la pandemia del 2020. Se la società civile non avesse reagito con simile prontezza, le difficoltà sarebbero state assai più gravi, tanto più che le istituzioni pubbliche spesso faticarono a rispondere alla complessità delle emergenze.
Il ruolo sociale del volontariato va tuttavia ben oltre la semplice supplenza rispetto allo Stato: esso svolge una funzione culturale e democratica fondamentale, contribuendo alla formazione del capitale sociale, alla coesione delle comunità e all'educazione civica delle nuove generazioni. Numerosi studi hanno dimostrato che i territori caratterizzati da un tessuto associativo denso presentano livelli più elevati di fiducia reciproca, minori tassi di criminalità e una maggiore partecipazione politica. Si potrebbe persino sostenere che, senza il volontariato, la democrazia stessa perderebbe una delle sue risorse più preziose: la capacità di cittadini comuni di prendersi cura del bene comune.
Nonostante i risultati raggiunti, il Terzo Settore italiano si trova oggi ad affrontare sfide considerevoli: l'invecchiamento dei volontari, la difficoltà di coinvolgere i giovani in forme di impegno continuativo, la competizione con altre attività nel tempo libero, la complessità burocratica derivante dalla stessa riforma, la necessità di professionalizzarsi senza perdere la spontaneità originaria. A queste si aggiunge la crescente domanda sociale generata da fenomeni quali le migrazioni, la povertà crescente, la solitudine urbana e le fragilità psicologiche. Se le istituzioni non sapessero accompagnare il Terzo Settore con risorse e riconoscimento adeguati, si rischierebbe di disperdere un patrimonio costruito nel corso di secoli, la cui preservazione costituisce una responsabilità collettiva di cui tutta la società civile dovrebbe farsi carico.