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B1travel· 902 words · 6 min

Un Viaggio in Sud America

A Trip to South America

Italian Text

902 words
Partii per il Sud America a ventisei anni, con uno zaino troppo pieno, un biglietto aperto di tre mesi e una paura che non volevo ammettere a nessuno, nemmeno a me stessa. Avevo finito da poco un lavoro precario in una piccola casa editrice di Torino, avevo messo da parte qualche migliaio di euro e avevo rotto con un ragazzo con cui stavo da quattro anni. Sarebbe stato più onesto dire che scappavo da qualcosa, invece che inseguivo un sogno; ma a ventisei anni, certe verità non si dicono ad alta voce. Presi un volo per Lima, con uno scalo interminabile a Madrid, e arrivai in Perù in una notte nera e umida, con una sensazione che mescolava euforia e panico. Il primo mese fu il più difficile, pur essendo, sulla carta, il più turistico. Visitai Cuzco, la Valle Sacra, Machu Picchu, come tutti. La prima volta che vidi Machu Picchu, all'alba, mi vergognai quasi di quanto poco riuscii a sentire. Avevo tante aspettative addosso, pensavo che sarei dovuta rimanere senza fiato, e invece mi accorsi solo di avere freddo alle mani e di dovermi soffiare il naso. L'emozione vera arrivò il giorno dopo, in un piccolo villaggio dove una signora anziana, Maria, mi insegnò a cuocere delle patate sotto la terra. Lei parlava quechua e pochissimo spagnolo, io pochissimo spagnolo e niente quechua, ma ridevamo molto. Da Cuzco scesi in Bolivia, attraversando il lago Titicaca in una barca lenta. Ricordo ancora la luce di quel pomeriggio, quasi metallica, e un signore boliviano che mi raccontò, in un italiano imparato a Genova quarant'anni prima, la storia di suo fratello emigrato in Argentina e mai più tornato. Mi lasciò il suo indirizzo su un pezzo di carta, dicendomi: 'Se un giorno tornerà, dille che Juan la aspetta'. Non ho mai incontrato suo fratello, ovviamente, ma quel foglietto l'ho tenuto per anni dentro un libro. Mi sembrava che gettarlo fosse una specie di tradimento. In Bolivia rimasi quasi tre settimane. Salar de Uyuni, La Paz, Sucre. Nel Salar, che è il più grande deserto di sale del mondo, dormii una notte in un hotel interamente costruito con blocchi di sale. Fuori, il cielo era così pieno di stelle che mi sembrò, per un istante, che mi potessero cadere addosso. Fu in quella notte che scrissi sul mio diario una frase che oggi trovo un po' ingenua, ma che allora era onesta: 'Non sono più quella che è partita da Torino tre settimane fa, e non so ancora chi sto diventando'. Quella frase, letta adesso, mi fa tenerezza. Dalla Bolivia passai in Cile, attraverso il deserto di Atacama, e poi scesi lentamente fino a Valparaíso. È forse la città che ho amato di più in tutto il viaggio. Colorata, ripida, caotica, piena di poesia sui muri e di cani che dormivano dappertutto. Ci stetti otto giorni, invece dei tre previsti, perché trovai una pensione gestita da una signora cilena di origine italiana che cucinava le tagliatelle al ragù la domenica. Si chiamava Elisa, aveva sessant'anni, ed era nata a Genova. Mi disse, una sera, una frase che non ho mai dimenticato: 'A forza di cercarsi lontano, qualche volta ci si ritrova dove meno ci si aspetterebbe'. Avrei potuto fermarmi lì per sempre, ma la paura di fermarmi era ancora più grande della paura di andare avanti. Attraversai le Ande di nuovo, questa volta verso l'Argentina, e passai tre settimane tra Mendoza, Córdoba e Buenos Aires. Buenos Aires mi piacque e mi travolse al tempo stesso. Troppo grande, troppo piena di gente che mi ricordava le sere di Milano, troppo piena di famiglie italiane di origine e di accenti che assomigliavano a quelli di mia nonna abruzzese. Una sera, a San Telmo, entrai in una milonga e rimasi tre ore a guardare persone che ballavano tango, senza avere il coraggio di provare. Alla fine una signora sui settant'anni mi prese per mano e mi disse, in italiano: 'Cara, si balla con gli errori, non senza'. Ballai malissimo, ma uscii con la sensazione di aver imparato qualcosa che non riguardava il tango. Rientrai in Italia a fine agosto, con tre chili in meno, i capelli più lunghi, e meno certezze di quando ero partita. Mia madre, quando mi vide in aeroporto, pianse un poco e mi disse: 'Sembri più vecchia, e anche più giovane'. Non credo che avesse tutti i torti. Oggi, a trentatré anni, quel viaggio mi sembra una specie di isola lontana, nella quale ho lasciato una me stessa più acerba ma anche più coraggiosa. Non penso che avrei dovuto restare di più; non penso neppure che sia necessario tornare. È stato sufficiente esserci stata, ed è strano come una cosa, quando è stata davvero, continui a parlarti per tutta la vita.

English Translation

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Vocabulary Glossary

zainobackpack
biglietto apertoopen ticket

flexible return ticket

casa editricepublishing house
scalostopover, layover
aspettativeexpectations
rimanere senza fiatoto be breathless

idiomatic

quechuaQuechua

indigenous South American language

barca lentaslow boat
fogliettolittle piece of paper, note
deserto di salesalt desert
acerbaunripe, immature
ripidasteep
pensioneguesthouse
milongamilonga

tango dance event

travolseoverwhelmed

passato remoto of travolgere

Comprehension Questions

1.Quanti anni aveva la protagonista quando partì?

2.Da dove partì il suo viaggio in Sud America?

3.Cosa le insegnò Maria, la signora anziana in Perù?

4.Dove dormì una notte in un hotel di sale?

5.Quale città cilena amò di più?

6.Cosa le disse la signora anziana alla milonga di San Telmo?

7.La protagonista rimase commossa al primo sguardo di Machu Picchu.

8.A Valparaíso rimase più giorni del previsto.

9.Sua madre all'aeroporto le disse: 'Sembri più vecchia, e anche più __________'.

10.Elisa, la proprietaria della pensione a Valparaíso, era nata a __________.