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897 wordsQuando io e Laura ci eravamo trasferiti nel nostro nuovo appartamento in un condominio di Torino, un pomeriggio di settembre, la cosa che più mi aveva colpito non era stata la luce che entrava dalle finestre né la cucina rinnovata, bensì il silenzio proveniente dall'appartamento accanto. Non si sentiva assolutamente nulla: né televisione, né passi, né rumori di stoviglie. Per i primi giorni avevamo pensato che i vicini fossero semplicemente in vacanza. Dopo due settimane, tuttavia, cominciammo a sospettare che qualcosa non quadrasse.
Il portinaio ci aveva detto, quando gli avevamo chiesto chi abitasse lì, che si trattava della signora Agnese Conti, una donna di circa settantacinque anni, vedova, sola. Aggiunse, abbassando leggermente la voce come fanno i portinai con le notizie che sanno essere delicate, che Agnese era «una persona molto riservata», e che praticamente nessuno nel palazzo le aveva mai parlato. Alcuni inquilini la vedevano uscire la mattina presto, con una borsa della spesa e uno sguardo fisso davanti a sé, ma non rispondeva mai ai saluti, nemmeno con un cenno del capo. Un paio di volte era comparsa anche una figlia, venuta da Roma, ma le visite erano sempre brevissime.
Laura, che è più curiosa di me, aveva cercato più volte di incontrarla «per caso» sulle scale. Le aveva portato una pianta in vaso come regalo di benvenuto, aveva bussato tre volte in pomeriggi diversi, ma non aveva mai ricevuto risposta. Alla fine, un sabato mattina, avevamo lasciato la pianta davanti alla porta con un biglietto: «Benvenuta ai nuovi vicini, speriamo di conoscerla presto.» La sera stessa la pianta era scomparsa dal pianerottolo, ma nessun messaggio ci era arrivato in risposta. Nessun grazie, nessuna firma, nessun cenno. Ci convincemmo, quasi con sollievo, che Agnese preferiva semplicemente vivere nel proprio mondo.
Poi arrivò la notte di un mercoledì di novembre. Erano circa le tre quando un tonfo sordo dalla parete ci svegliò entrambi. Rimanemmo immobili per qualche secondo, sperando di aver sognato. Invece seguì un altro rumore, più leggero, come di qualcosa che cadeva a terra. Laura mi guardò: «Va' a controllare, per favore.» Infilai le ciabatte e uscii sul pianerottolo. La luce era accesa sotto la porta di Agnese, cosa che mi sembrò strana a quell'ora. Bussai piano. Nessuna risposta. Bussai di nuovo, più forte, poi chiamai: «Signora Conti? Tutto bene?» Silenzio.
Chiamai il numero di emergenza e, insieme, chiamai anche la figlia di Agnese il cui recapito era affisso dietro al quadro elettrico del pianerottolo per eventuali emergenze. Dopo venti minuti arrivarono i pompieri, i carabinieri e Laura scese dal mio fianco con una coperta addosso. I pompieri sfondarono la porta con cura, cercando di fare il meno danno possibile. Agnese era a terra nel corridoio, cosciente ma incapace di muoversi. Era caduta cercando di raggiungere il bagno e non era riuscita a rialzarsi. Aveva una gamba storta e tremava di freddo, ma, incredibilmente, cercò subito di scusarsi: «Non volevo disturbare nessuno.»
La portarono in ospedale. La figlia Teresa arrivò il giorno dopo da Roma e venne a suonare al nostro campanello per ringraziarci. Era una donna sulla cinquantina, con gli occhi stanchi di chi ha attraversato troppe corsie d'ospedale. Accettò il caffè e, per la prima volta, qualcuno ci parlò di Agnese come di una persona vera. Ci raccontò che sua madre era stata, da giovane, un'insegnante di matematica molto amata, che aveva cresciuto due figli da sola dopo la morte prematura del marito, e che da dieci anni soffriva di una forma di ansia sociale che l'aveva progressivamente isolata. «Non vi ignorava per cattiveria», disse Teresa, «semplicemente non ce la faceva a parlare. Ogni volta che apriva la porta, si sentiva in trappola.»
Agnese tornò a casa tre settimane dopo, con il gesso alla gamba e una fisioterapista che la andava a trovare due volte alla settimana. Il primo pomeriggio dopo il suo ritorno, suonò lei al nostro campanello. Aveva in mano un piatto di biscotti fatti in casa e un biglietto scritto con una grafia tremolante: «Scusate per quella notte. Grazie per esserci stati.» Non entrò, nonostante Laura la invitasse più volte. Rimase sulla porta, sorrise appena, e se ne tornò nel suo appartamento. Da quel giorno, ogni tanto, ci incrociavamo sulle scale e lei rispondeva ai nostri saluti, qualche volta con un «buongiorno» appena sussurrato. Non siamo diventati amici, probabilmente non lo saremo mai. Eppure, ogni volta che sento nel pomeriggio il leggero rumore di una radio attraverso la parete — una trasmissione di musica classica, sempre la stessa — mi viene in mente che il silenzio, a volte, non è assenza di vita, ma soltanto una forma diversa di presenza, di cui bisogna avere rispetto.