Italian Text
560 wordsMi chiamo Serafina e non sono mai stata una grande appassionata di calcio. Però lo scorso maggio ho vissuto una partita che mi ha cambiato l'idea su questo sport. Vivo a Bari e mio fratello, Michele, ha dieci anni meno di me. Per il suo compleanno mi ha chiesto un solo regalo: due biglietti per andare a vedere il Bari allo stadio. Non ho potuto dire di no, anche se il pensiero di passare due ore tra urla e bandiere non mi entusiasmava per niente.
Quella domenica pomeriggio il tempo era strano: c'era il sole, ma soffiava un vento forte che muoveva gli alberi in maniera drammatica. Siamo andati allo stadio San Nicola con la macchina e abbiamo parcheggiato lontano, perché tutto era pieno. Mentre camminavamo verso l'ingresso, Michele mi spiegava le regole, i giocatori importanti, la storia della squadra. Non capivo quasi niente, ma lo ascoltavo perché non lo vedevo così felice da molto tempo.
Dentro lo stadio l'atmosfera era incredibile. C'erano ventimila persone che cantavano insieme. Il rumore era così forte che mi faceva vibrare il petto. La curva dei tifosi era piena di bandiere rosse e bianche, i colori del Bari. Mio fratello mi ha comprato una sciarpa della squadra e me l'ha messa intorno al collo come se fosse una medaglia. Quando la partita è cominciata, tutto lo stadio si è alzato in piedi. In quel momento ho capito che non si trattava solo di calcio. Era una cosa collettiva, quasi religiosa.
La partita era difficile. Il Bari giocava contro una squadra più forte e nei primi trenta minuti ha subito un gol. Lo stadio è diventato silenzioso come una chiesa. Michele si è seduto con le mani sulla testa. Un signore dietro di noi diceva parole che non posso scrivere qui. Però poi, al quarantaduesimo minuto, il Bari ha pareggiato. Il gol è stato così improvviso che per un secondo non ho capito cosa stesse succedendo. Poi ventimila persone hanno urlato insieme e io ho urlato con loro. Non so perché, è venuto da dentro. Michele mi ha abbracciato con gli occhi pieni di lacrime.
Nel secondo tempo la partita è rimasta sull'uno a uno fino all'ottantasettesimo minuto. Poi un giovane giocatore del Bari, entrato da pochi minuti, ha segnato un gol bellissimo da fuori area. Lo stadio è esploso. La gente si abbracciava, si baciava, cantava. Io piangevo e ridevo insieme. Un signore che non conoscevo mi ha dato un colpo sulla spalla e mi ha detto: "Oggi siamo tutti fratelli!" Non ho mai sentito niente di simile in nessun altro contesto della mia vita.
Quando siamo usciti dallo stadio, era già buio. Michele camminava un metro da terra. "Visto?" mi ha detto, "Lo sapevo che ti sarebbe piaciuto." Non gli ho dato subito ragione, ma la domenica dopo ero davanti alla televisione, con la sciarpa al collo, a guardare la partita del Bari. Forse il calcio non è solo un gioco: è un modo per ricordarsi che, anche quando la vita è difficile, si può urlare di gioia insieme a migliaia di sconosciuti. Ora comprendo meglio mio fratello e lo aspetto ogni domenica sul divano.