Italian Text
572 wordsMi chiamo Jacopo e sono di Udine. L'estate scorsa ho passato cinque giorni a Roma con il mio amico Leonardo. Non ero mai stato nella capitale prima di allora, e avevo un'immagine della città fatta soprattutto di cartoline e film. La realtà, ovviamente, è stata molto diversa: più caotica, più calda, ma anche più affascinante di quello che mi aspettavo.
Siamo partiti in treno da Venezia Mestre di lunedì mattina. Il viaggio è durato circa quattro ore. Durante il tragitto, mentre il paesaggio cambiava dalle pianure del nord alle colline dell'Umbria, io leggevo una guida turistica che avevo comprato in stazione. Leonardo, invece, dormiva con la bocca aperta e russava pianissimo. Quando siamo arrivati a Termini, sono rimasto subito colpito dal rumore, dal movimento della gente e da quella luce gialla tipica del sud, così diversa dalla luce fredda del Friuli.
Il primo giorno abbiamo deciso di fare un itinerario "classico": Colosseo, Fori Imperiali, Campidoglio. Il Colosseo, dal vivo, mi ha impressionato molto più di quanto pensassi. Sembrava enorme, imperfetto, bellissimo. Abbiamo fatto la fila per un'ora sotto il sole e quando finalmente siamo entrati, io ho pensato: "Duemila anni fa, qualcuno ha camminato proprio qui". È stata una sensazione strana, quasi spirituale. Dopo, abbiamo mangiato una carbonara vicino a via dei Fori Imperiali, e Leonardo ha insistito per ordinare anche un supplì.
Il secondo giorno siamo andati in Vaticano. Avevamo prenotato i biglietti online, per fortuna, perché la fila senza prenotazione era interminabile. Dentro i Musei Vaticani, mi sono un po' perso: c'erano così tante cose da vedere che dopo un'ora mi sentivo già stanco. Quando però siamo arrivati alla Cappella Sistina, tutto ha avuto senso. Ho alzato gli occhi al soffitto e sono rimasto in silenzio per qualche minuto. Leonardo, che di solito scherza su tutto, quel giorno non ha detto niente. Credo che anche lui fosse impressionato, ma non voleva ammetterlo.
I giorni successivi sono stati più leggeri. Abbiamo camminato per Trastevere la sera, abbiamo mangiato un gelato favoloso vicino al Pantheon e abbiamo buttato la solita moneta nella Fontana di Trevi. La guida mi aveva detto che, secondo la leggenda, se butti una moneta con la mano destra sopra la spalla sinistra, tornerai sicuramente a Roma. Io ci credo poco, però l'ho fatto lo stesso. Ci abbiamo messo mezz'ora solo per avvicinarci alla fontana, perché c'era una folla incredibile. Mentre aspettavo il mio turno, ho sentito almeno sei lingue diverse intorno a me.
L'ultima sera, Leonardo ed io abbiamo cenato in una piccola trattoria a Testaccio. Il proprietario era un signore anziano con una voce profonda e un accento romanesco forte. Ci ha raccontato aneddoti sulla sua famiglia, su come era il quartiere quarant'anni fa, su come è cambiato tutto. Mentre lo ascoltavo, mi sono reso conto che Roma non è solo monumenti: è soprattutto persone, voci, quartieri che si trasformano. Quando sono tornato a Udine, mia madre mi ha chiesto se mi era piaciuta Roma. Le ho risposto che Roma non si può "visitare" in cinque giorni. Si può solo iniziare a conoscere. E io, in fondo, avevo appena cominciato.