Italian Text
553 wordsMi chiamo Martina e ho trentacinque anni. Quando ero piccola, vivevo in un piccolo paese vicino a Bergamo, sulle prime colline. La mia casa era una vecchia cascina in pietra, con il tetto rosso e una corte grande davanti. Intorno c'erano solo campi, un bosco e due case di vicini. La città sembrava lontanissima, anche se era a soli venti chilometri. Mi ricordo benissimo quegli anni, anche se oggi qualcuno potrebbe pensare che fosse una vita noiosa. Per me era perfetta.
La mattina mi svegliavo sempre molto presto, perché il gallo del nostro vicino cominciava a cantare alle cinque. All'inizio, la nonna mi diceva: "Dormi, è ancora notte", ma poi mi abituavo e mi alzavo con lei. La nonna si chiamava Elisabetta e viveva con noi. Era una donna piccola, con i capelli bianchi raccolti sulla nuca e le mani pieni di fossette. Mentre mia madre lavorava in città, la nonna si occupava di me. Mi faceva la colazione, mi preparava il latte con il miele e mi pettinava i capelli con la pazienza di un'artista.
D'inverno, la cucina era l'unico posto caldo della casa. C'era una stufa a legna che la nonna accendeva alle sei del mattino. Mi ricordo il rumore del fuoco, l'odore del pane tostato, la finestra piena di nebbia. Io mi sedevo su una sedia di legno con un cuscino sopra e la nonna mi raccontava storie. Alcune erano vere, altre inventate, altre ancora erano miti e leggende della nostra valle. Parlava di lupi, di fantasmi nei boschi, di santi che camminavano scalzi sulla neve. Io ascoltavo con la bocca aperta e mi dimenticavo di mangiare.
D'estate, invece, la vita si spostava fuori. Io passavo intere giornate nel bosco con il mio amico Daniele, il figlio dei nostri vicini. Costruivamo capanne con i rami, catturavamo cavallette nel campo e ci sporcavamo di fango fino alle orecchie. Quando pioveva, tornavamo a casa di corsa, ridendo come pazzi. La nonna ci guardava, ci metteva ad asciugare vicino alla stufa, ci dava una cioccolata calda. Non ci sgridava quasi mai, perché diceva sempre che i bambini devono essere bambini. Quella frase, oggi, la capisco meglio.
I pomeriggi della domenica avevano un ritmo speciale. Mio padre era a casa, finalmente, e quindi succedeva sempre qualcosa di più allegro. A volte andavamo tutti insieme al lago di Iseo, a volte arrostivamo le castagne nel camino, a volte venivano gli zii con i cugini e noi giocavamo a nascondino in giardino fino al buio. Mio padre suonava la fisarmonica, mia madre cantava un po' stonata, la nonna rideva e batteva le mani. Non c'era nessuna televisione accesa. Eppure, non mi annoiavo mai.
Oggi vivo a Milano, in un appartamento al settimo piano, e la mia vita è completamente diversa. La nonna Elisabetta è morta dieci anni fa, la cascina è stata venduta, Daniele si è trasferito in Germania. Quando ripenso a quegli anni, mi sembrano lontanissimi, come se li avesse vissuti un'altra persona. Eppure, qualche volta, quando sento l'odore di un camino acceso in autunno, torno bambina per qualche secondo. Forse l'infanzia non se ne va mai del tutto. Rimane dentro, come un seme che ogni tanto fiorisce.