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564 wordsMi chiamo Lorenzo e sono nato a Cagliari, in Sardegna, nel 1988. La mia infanzia è stata semplice e piena, anche se non sempre facile dal punto di vista economico. Mio padre era meccanico, mia madre faceva la sarta a domicilio. Vivevamo in un appartamento di tre stanze al secondo piano di un palazzo giallo, in una strada stretta del quartiere di Stampace. Non avevamo grandi lussi, ma non ci mancava niente di importante.
Da piccolo, la nostra casa mi sembrava enorme. Adesso che ci ripenso, non lo era affatto. La mia cameretta la dividevo con mio fratello Michele, più grande di tre anni. Avevamo un letto a castello: lui stava sopra, io sotto. Ogni sera, prima di dormire, litigavamo per stupidaggini: chi spegneva la luce, chi aveva rubato il pennarello, chi era stato più veloce nel lavarsi i denti. Eppure, se qualcuno fuori di casa lo offendeva, io difendevo Michele come se fosse un re. L'amore tra fratelli era fatto così: una guerra costante dentro le mura, un patto silenzioso fuori.
I miei ricordi più forti sono legati alle stagioni. In primavera, la mamma spalancava le finestre e la casa si riempiva di profumo di zagara, perché nel cortile del palazzo c'era un piccolo albero di arancio. D'estate, la temperatura saliva oltre i trentacinque gradi, e il pomeriggio non si usciva. Stavamo tutti in salotto, con le tapparelle abbassate, a bere acqua fresca e leggere fumetti. Mio padre dormiva sul divano con il ventaglio sul petto. Mia madre cuciva vestiti al tavolo della cucina, con il brusio della radio in sottofondo.
In autunno, ricominciava la scuola. Io non ero bravissimo, ma neanche un disastro. Mia madre controllava i quaderni ogni sera e si arrabbiava quando trovava errori di ortografia. Ogni ottobre, mia nonna ci regalava un cappotto nuovo. Erano cappotti che si compravano al mercato di Santa Chiara, e spesso erano troppo grandi, perché dovevano durare due anni. Mi ricordo anche l'inverno, corto ma umido, e la pioggia che entrava dalla finestra della cucina quando pioveva forte. Mio padre ogni anno prometteva di riparare quella finestra, e ogni anno se ne dimenticava.
La domenica aveva una magia tutta sua. Mia madre preparava la pasta fatta in casa, malloreddus o culurgiones, e la casa profumava di sugo dalle dieci del mattino. Dopo pranzo, spesso andavamo al Poetto, la lunga spiaggia di Cagliari. Mio padre guidava una vecchia Fiat Uno beige, con i sedili caldi di sole. Michele ed io ci scavavamo buche enormi nella sabbia. Non sapevo ancora quanto fosse fortunato avere quel mare a venti minuti da casa. Oggi lo so.
La mia infanzia è finita, in un certo senso, a tredici anni, quando mio padre ha avuto un infarto. È successo in officina, è stato fortunato, si è salvato. Ma da quel momento in casa qualcosa è cambiato: gli adulti sono diventati più silenziosi, le risate meno forti. Anche io, in qualche modo, ho smesso di essere bambino. Oggi, quando vedo i miei nipoti che giocano nel cortile di quel palazzo giallo, dove mia madre vive ancora, sento una specie di nostalgia felice. L'infanzia è un tempo breve, ma lascia dentro molte più cose di quante uno pensi.